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Il viaggio nell’Arcipelago Italia

Territorio

La proposta del padiglione italiano: l’architettura come strumento di rilancio delle aree interne

“Arcipelago Italia. Progetti per il futuro dei territori interni del Paese” è il titolo del Padiglione Italia alla 16° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia curato da Mario Cucinella, un viaggio lungo lo stivale italiano alla ricerca di architetture in grado di essere strumenti per lo sviluppo del territorio.

Mercoledì 21 novembre, si è tenuto a Venezia l’evento conclusivo di “Arcipelago Italia”, mostra che per sei mesi ha raccontato le aree interne del Paese, il frutto di un itinerario lungo tutta la penisola, lontano dai grandi centri urbani. Un lavoro di ricerca, fondato sull’analisi e sulla riscoperta del nostro territorio e dei suoi lati più nascosti, volto a portare in luce gli aspetti innovativi e il ruolo dell’architettura nel presente e nel futuro di un paese dove ad essere cambiate sono le istanze provenienti dal territorio che necessitano di essere ascoltate.

Il presidente della Biennale Paolo Baratta, all’interno dell’evento, ha voluto sintetizzare così il lavoro e la proposta del padiglione italiano: «Arcipelago Italia offre uno spunto interessante. L’Italia è una realtà composita non caratterizzata da grandi metropoli, ma da arcipelaghi di luoghi di varie dimensioni e densità, centri storici, città grandi, periferie, luoghi agricoli, città minori, borghi, un tessuto di entità distinte ma continuo, che chiede a gran voce di essere considerato come terreno variegato, sul quale si manifesti senza gerarchie la nostra capacità di vivificare.».

Un viaggio lungo lo stivale italiano alla ricerca di esempi di architettura in grado di essere strumento di rilancio per il territorio. 

Rinnovata è, dunque, l’attenzione verso le “aree interne”, verso quei luoghi che per lungo tempo sembravano essere stati dimenticati dal mondo politico e da quello dell’architettura, ma che rappresentano e che hanno rappresentato – lungo la storia italiana – un tassello fondamentale, anche dal punto di vista economico.

A questo proposito è necessario ricordare come a partire dal 2013, sotto l’impulso del Ministero delle Coesione Territoriale (oggi Ministero delle Coesione Territoriale e del Mezzogiorno) e dell’Agenzia predisposta a sostenere, promuovere ed accompagnare i programmi e i progetti per lo sviluppo e la coesione, le “aree interne” siano tornate ad essere un elemento presente sull’agenda nazionale. Va poi specificato che per aree interne si intendono: “quei territori caratterizzati da una significativa distanza dai principali centri di offerta di servizi essenziali, da una disponibilità d’importanti risorse ambientali e culturali, territori complessi, esito delle dinamiche dei sistemi naturali e dei processi di antropizzazione e spopolamento che li hanno caratterizzati” (Agenzia Coesione Territoriale, 2013).

Una parte consistente dell’Italia: circa il 53% circa dei Comuni italiani (4.261), il 23 % della popolazione italiana (oltre 13,54 milioni di abitanti) e il 60% dell’intera superficie nazionale.

È questo il pezzo di Italia che è andato in scena alla Biennale, un “arcipelago” sia geografico – ricongiunto dal viaggio proposto dal padiglione – e sia figurato nel senso di un “aggregato” messo in relazione e fatto condensare dal lavoro di ricerca e analisi. Il curatore, Mario Cucinella, ha affermato a questo proposito come «raccontare il paese attraverso le azioni di oggi è un modo per dare senso, valore e responsabilità al lavoro che facciamo, facendo architettura incidiamo sul futuro dei luoghi».

Non è quindi un caso se al fondo della prima sala campeggi una scritta al neon che recita “The future is the product of present actions”, sintetizzando così l’obiettivo e l’auspicio di fare dell’architettura uno strumento per il rilancio dei territori, per il futuro delle nostre aree interne.

Proprio in questa prima sala il visitatore era accolto da un grande mappa dell’Italia che proponeva otto possibili itinerari lungo le dorsali del nostro paese: dalle Alpi Occidentali a quelle Orientali, seguendo l’Appennino da Nord a Sud, per arrivare alle isole della Sicilia e della Sardegna. Grandi pannelli, che assomigliavano a libri aperti, erano così delle finestre sul paesaggio e su quegli interventi che in questi ultimi anni – in luoghi e a scale diverse – hanno provato a mettere al centro la qualità del progetto, l’importanza del processo e delle pratiche di partecipazione, l’attenzione alla sostenibilità e ai temi ambientali, dialogando con il patrimonio materiale e immateriale del nostro paese. Otto itinerari che sono un grande viaggio, una sintesi, che acquisiva ancora più forza nella seconda sala che – seppur perdendo in parte il legame con il contesto – tentava di rispondere ai problemi generati dallo spopolamento e dalla carenza di servizi attraverso cinque progetti “ibridi” in cinque aree simbolo: il Parco delle Foreste Casentinesi, Camerino, Matera e la Valle del Basento, la Barbagia e la Valle del Belice.

Una sperimentazione condotta da un collettivo multidisciplinare composto da architetti, università locali e consulenti provenienti da ambiti diversi (arte, cultura, ingegneria, sanità, urbanistica, ecc.) che hanno testato un’architettura “responsabile” attorno ad un grande tavolo fisico e immaginario, un laboratorio dove testare un’architettura capace di ascoltare e agire sul contesto, consapevole del proprio compito di interpretare un’esigenza emergente e, quindi, proiettata nel futuro. 

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