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OTO LAB Lecco: Io ho 120 anni

Innovazione

Il difficile processo di riconversione della medio-piccola industria del territorio in centri culturali

“Io ho 120 anni” è il titolo del video realizzato da giovani artisti nell’ex fabbrica Oto Metallurgica Rusconi a Lecco. Il video, attraverso immagini fortemente evocative, ha fin da subito avuto molta risonanza mediatica e ha avuto il merito di riaprire il dibattito sulla riconversione e sul futuro degli spazi industriali dismessi, soprattutto in aree diverse da quelle dei grandi centri urbani italiani.

Le immagini mostrano la nuova anima dello spazio che una volta era il luogo destinato alla produzione di lavorati metallici della vergella: fili, chiodi, reti e minuterie. Un’anima culturale che rimanda a spazi destinati a performance artistiche, mostre, eventi e laboratori, un luogo dove riprende vita un’identità fortemente radicata sul territorio, sia economicamente che morfologicamente.

A riaccendersi è la luce sulla storia industriale di Lecco, una storia fatta di e da piccole aziende a conduzione famigliare che nel tempo hanno costruito – lungo il corso del torrente Gerenzone –  un comparto industriale basato sulla lavorazione del ferro e della produzione dei suoi derivati. Una storia di uomini e di numerose famiglie, una memoria storica per tutto il territorio lecchese e un fattore di identità per la sua comunità.

L’iniziativa promossa dalla proprietà, la famiglia Rusconi, muove dalla volontà di recuperare e riconvertire il bene dismesso nel 2010. Il fabbricato di circa 2000 mq si articola in spazi a più livelli, adattandosi al corso del torrente limitrofo ed inserendosi nel tessuto abitato del quartiere di Rancio a Lecco. Il progetto di rifunzionalizzazione segue la prospettiva e i modelli dei più importanti progetti di rigenerazione urbana che negli ultimi vent’anni hanno costellato le più importanti città internazionali e, poi, italiane.

L’innovazione sta nell’aver promosso un’operazione di trasformazione in una realtà locale non paragonabile a quelle delle grandi città, dunque, in una situazione simile alle molte realtà industriali medio-piccole del nostro Paese che sono state dismesse o affrontano fasi di forte ripensamento e ristrutturazione.

Anche il programma e il processo, che hanno portato alla sua rivitalizzazione, serbano caratteri di notevole interesse perché danno la misura del lavoro e delle difficoltà che si celano dietro a questo tipo di operazioni: un’iniziativa condotta da privati senza il sostegno pubblico o di fondazioni, seppure l’intento sia anche quello di fornire servizi alla collettività.

A questo proposito, abbiamo avuto la possibilità di incontrare e fare alcune domande all’architetto Giovanni Rusconi che si è occupato della progettazione di OTO LAB, nonché uno dei proprietari dell’edificio.


Cosa vuol dire portare un hub culturale, rigenerare e riconvertire uno spazio industriale in una città come Lecco? In una realtà diversa, sia per contesto economico che culturale rispetto ai grandi centri urbani come Milano e Torino che negli ultimi anni hanno visto nascere nuovi poli ed esperienze di rilevanza internazionale come Hangar Bicocca, Fondazione Prada e OGR Torino?

Non abbiamo inventato nulla, siamo molto più modesti! Iniziative del genere ci sono da molti anni in Europa, anche se il contesto e la scala sono molto differenti, e il problema è comune a molte aree italiane. Detto questo, lo spazio di OTO LAB è molto interessante perché rappresenta la storia industriale di Lecco, una storia specifica, quello del comparto metallurgico. Ora sul territorio lecchese vi sono molte fabbriche abbandonate, retaggio del passato produttivo, ma OTO LAB è l’unico esperimento di questo tipo che propone qualcosa di diverso.

Questo perché è molto costoso recuperare impianti industriali abbandonati tra costi di bonifiche, adeguamenti e rimozioni dell’amianto. Inoltre, vi sono moltissime difficoltà burocratiche, basti pensare che il processo è iniziato otto anni fa!

Poi cosa è successo, come avete fatto ad arrivare alla configurazione attuale di OTO LAB?

Tutto è partito dalla collaborazione con le scuole della zona durante il processo di ristrutturazione, per organizzare una mostra fotografica sul cambiamento del luogo, sul suo recupero e sulla sua rifunzionalizzazione. Gli studenti e i professori erano interessati a raccontare una storia diversa, non soltanto di abbandono e di perdita di una memoria industriale, ma quella di un caso in cui si provava a proporre qualcosa di diverso.  

Non ha più senso avere attività produttive in queste aree, all’interno dei centri abitati storici, oggi la necessità è quella di convertire gli spazi industriali preesistenti in attività diverse, o si demolisce o si fa altro. Certo l’opzione residenziale può essere una, ma dato che il mercato è saturo, bisogna pensare a qualcos’altro.

Il tutto tenendo sempre in considerazione l’importanza della memoria storica di questi luoghi.

Dunque, il tema della memoria del luogo e dei suoi fruitori, un elemento che emerge con forza anche dal video “Io ho 120 anni” che avete prodotto. Come si può fare architettura e cultura in un luogo del genere?

Conservando le parti della fabbrica che testimoniano questo passato. Come nel caso della ruota ad acqua che era la forza motrice dell’impianto produttivo o dei carriponte. Partendo, dunque, dal restauro conservativo del manufatto e dei macchinari che servivano a produrre i derivati del ferro. Per poi passare alla manutenzione straordinaria: la demolizione delle incoerenze, le bonifiche, la messa in sicurezza, le facciate e il rifacimento di tutti gli impianti. Un iter lungo e complesso, durato otto anni, che ha subito molte fasi di arresto per le difficoltà burocratiche, in un difficile dialogo con l’amministrazione e con gli strumenti urbanistici preposti alla trasformazione.

Insomma, un processo che si è mosso per piccoli passi anche perché portato avanti soltanto dalla nostra famiglia, senza altri aiuti economici.

Oggi invece si può parlare di uno spazio rinnovato, di una transizione che ha portato la Oto Metallurgica Rusconi a diventare OTO LAB, uno spazio privato per la comunità e per la cultura. Qual è il programma e come viene gestito?

Dopo il primo evento con le scuole si è generato un forte interesse verso OTO LAB, numerose associazioni e molti cittadini si sono fatti avanti per organizzare all’interno dell’ex-fabbrica mostre, feste private, presentazioni, eventi aziendali, mercatini. Iniziative diverse, dal carattere più o meno “pubblico”, che però testimoniano la necessità e l’interesse da parte degli abitanti di fruire di spazi come questo.

C’è molto entusiasmo attorno all’operazione, un entusiasmo che si scontra con l’immobilismo delle istituzioni del posto. Si tratta di un mondo che c’era già e che aspettava solo di essere accolto, ascoltato, attraverso uno spazio non solo per eventi ma utile per tutta la comunità.

Per farlo abbiamo coinvolto una rete di giovani artisti che hanno iniziato una campagna di promozione, che punta a dare al luogo una veste professionale, creando una rete di persone attive e interessate al recupero e al mantenimento dell’edificio.

Immagini - gentile concessione di OTO LAB

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